UN CORPO (im)PERFETTO

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“Se non vediamo né accettiamo le cose per come sono, non sapremo mai come agire.”

Jon Kabat Zinn

La vita ci sorprende in ogni istante e i progetti pensati o già in parte attuati diventano in un istante obsoleti, vecchi. A noi la scelta e la possibilità di cambiare piani creativamente: la modalità che preferisco! Così lascio da parte l’articolo che pensavo per oggi e condivo con voi le mie ultime riflessioni. Un paio di giorni fa di ritorno da un seminario yoga durato tutto il fine settimana, sulla via di casa, ad una ventina di minuti dal casello con la voglia di scendere e baciare l’asfalto forlivese, all’improvviso e senza alcuna possibilità di evitarlo, siamo stati tamponati. Tutto bene alla fine, perché ne sto scrivendo, perché tutti lo raccontiamo tranquillamente i giorni dopo, con il cuore pieno comunque di gratitudine. Quello che resta è un piccante dolore diffuso lungo tutta la colonna, soprattutto al collo; quello che resta è la diagnosi di un’artrite reumatoide che mi porto sulle spalle (è il caso di dirlo) fin da piccola, quando ho avuto i primi pesanti attacchi. Ecco allora che la prima sensazione è quella di essere assalita da un profondo sconforto, soprattutto quando la risposta dei medici alla tua richiesta di soluzioni è decisamente imbarazzante: “ma Signora mia, la sua schiena è vecchia!! La malattia è degenerativa, faccia il suo yoga e si metta il cuore in pace..”

Il cuore in pace??? Ma io, che per fortuna faccio yoga da tanto e reagisco sempre in maniera impeccabile(…), mi sono sentita combattuta tra la voglia di buttarmi a terra e picchiare i pugni dichiarando totalmente ingiusta questa malattia, la vecchiaia e soprattutto l’essere chiamata ingiustificatamente Signora dal momento che non sono sposata (almeno questo vantaggio!), e la voglia di colpire sul naso questo maleducato e antipatico ortopedico. Fortunatamente non ho fatto nulla di tutto questo in pronto Soccorso evitando di farmi ricoverare dritta alla neuro, e me ne sono tornata a casa mesta, con la mia diagnosi, il mio collarino beige e una gran stanchezza.

Ho iniziato a pensare a quanto male sentivo, a quanto male sentirò ancora e come degenererà questa artrite nel mio corpo. Ho iniziato a pensare intensamente al mio corpo, a quanto mi serve, che non mi può abbandonare, che deve per forza funzionare per tutto quello che voglio fare e che sto facendo… E allora mi accorgo che continuo a commettere il solito errore: quello di considerare il corpo come una macchina al mio servizio che deve fare quello che la mia mente gli chiede e di arrabbiarmi se così non è, quello di irrigidirmi subito se non va tutto bene, se accadono cose impreviste che sconvolgono i miei piani.

Entrano in gioco l’Accettazione, l’Accoglienza, l’Arresa: facile parlarne ma meno scivolarci dentro quando la devi veramente sperimentare. Mi sono tornate in mente le parole del maestro Renato Turla, che dice spesso che è semplice praticare quando va tutto bene, ben più difficile è farlo quando c’è qualcosa che non va o siamo ammalati. Questo mi ha fatto riflettere: la sfida è proprio qui, rimanere nello spazio silenzioso e gentile della pratica anche quando il corpo duole, quando la schiena è rigida o siamo deboli, ma anche quando siamo tristi o in qualche modo turbati. Qui siamo davvero provocati ad osservare, arrenderci e provare a trasformare il dolore, lo sconforto, la realtà che spesso delude le nostre aspettative, in una rivelazione e nella possibilità di conoscerci meglio attraverso queste scomode manifestazioni e trovare soluzione originali che evitino un unico finale possibile e che invece aprano nuove porte e nuove possibilità.

Durante la pratica nell’osservare quello che mi attraversa ora, con questo corpo impertinente che disobbedisce alle aspettative e alle pretese di efficienza, mi tornano in mente le parole del Buddha nel Sallena Sutta: “la prima freccia che ci colpisce è il dolore, la seconda freccia non viene scoccata dalla vita ma da noi stessi. La seconda freccia è la nostra reazione al dolore.”  Reagendo al dolore siamo noi a causare gran parte della sofferenza, possiamo invece eliminare la freccia dell’ostilità grazie alla nostra stabilità mentale, alla  non reattività, al non attaccamento. Mi è sempre più chiaro come la via della “guarigione” sui vari piani passa soprattutto per la Riconciliazione con noi stessi. Riconciliazione deriva dal termine latino ‘reconciliatio’ che significa ristabilimento di amicizia, riappacificazione, e il verbo da cui deriva ha il significato di rimettere in ordine, ristabilire, unire nuovamente e rendere di nuovo sano. Nella dimensione psicologica, riconciliazione significa venire in contatto in modo amichevole con i propri lati oscuri, quella che in psicanalisi viene chiamata la nostra “parte ombra”. Ma prima di tutto la riappacificazione deve passare attraverso il proprio CORPO, accogliendolo sia esteriormente in quelli che siamo soliti definire “difetti” estetici e che in realtà sono le nostre peculiarità, sia interiormente nel suo funzionamento non sempre “perfetto”. A proposito della malattia il Dottor Hamer nell’elaborazione della sua medicina alternativa, ha affermato che ” la malattia è un simbolo come del resto tutto il nostro corpo è simbolico di ciò che siamo e del nostro percorso come anime. Sta a noi cercare di cogliere il messaggio e capire il significato nascosto dietro un simbolo. Questa nuova attitudine permette di dare un senso ai conflitti biologici che si stanno vivendo in modo da risolverli ed integrarli nel proprio percorso evolutivo”.
Un atteggiamento del genere comporta un totale cambio di paradigma nel quale attraverso l’accettazione e l’accoglienza di ciò che ci accade è possibile permettere alla natura di esprimere la sua potenza risanatrice ed equilibratrice che ci fa riappropriare del nostro potere di auto guarigione; un cambio di paradigma nel quale l'”imperfezione” del corpo diventa il messaggio perfetto.

E allora mi rimetto sul tappetino e riparto piano, senza pretendere nulla dal mio corpo ma cercando di ascoltarlo, di comprendere la sua antica intelligenza e la sua suggestiva im-perfezione. E invito anche voi a non tenervi lontane dall’esperienza dello yoga perchè siete stanche o perchè non state bene; datevi l’opportunità di farlo proprio in questi momenti per comprendere che alla fine la tensione che proviamo spesso è causata più dall’incapacità di accettare quel che ci è dato e non ci piace piuttosto che dalla situazione stessa, ritrovando pian piano un’amichevole e rivoluzionaria relazione con noi stessi.

Il tappetino diventa allora una via silenziosa ed accogliente al cambiamento e alla guarigione. E se non praticate….beh..potete sempre provare!

Ascoltare attentamente, essere gentile e fare amicizia con il corpo, questo è il canto, esso risponderà in modo incredibile. Yoga non deve essere praticato per controllare il corpo: è il contrario, deve portare libertà al corpo, tutta la libertà di cui ha bisogno” Vanda Scaravelli

Namastè

Elisa

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