Naturalmente Yoga

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“E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli alberi, libri nei ruscelli, prediche nelle pietre, e ovunque il bene.”
(William Shakespeare)

 

Finalmente la bella stagione, finalmente un sole tiepido e poi sempre più caldo, ci invita ad uscire dalle nostre case, uffici, città, e incoraggia a guardarci attorno. I piedi accarezzano di nuovo la sabbia e ci scivolano dentro divertendosi come bambini; i primi timidi bagni nell’acqua trasparente e ancora fresca risvegliano la pelle che ritrova i suoi confini disegnati nei brividi che la scuotono; gli alberi raccontano la vita che rinasce ciclicamente, rassicurandoci che ancora una volta continuerà l’antico rituale: gli uccellini che dai loro rami spiccano i primi voli, i fiori che sbocciando li colorano, i profumi inebrianti che ricordano Amore e seduzione. La decisione di cominciare ad insegnare yoga al parco in primavera si è rivelata per me un dono inatteso. Solitamente la pigrizia e l’abitudine mi portano ad attendere l’inevitabile bisogno di uscire fuori quando la temperatura costringe a cercare una brezza consolatrice, una natura riparatrice. E invece quest’anno l’ho assaggiata fin dalle sue primizie primaverili, portando lo yoga sul prato appena ce n’è stata occasione, provando e condividendo un piacere nuovo e commovente. La prima Unione (yui, radice della parola sanscrita Yoga) che si sperimenta nello yoga insieme a quella di corpo-respiro-mente, è assolutamente quella dell‘Essere umano con la Natura. Un legame indissolubile fin dalle origini di questa antica disciplina suggerita agli asceti che abitavano le caverne dell’antica India in simbiosi con la natura vivendo in modo semplice e contemplativo e ricevendo dall’Universo stesso suggerimenti ed Ispirazioni per una profonda comprensione dei segreti dell’esistenza. Ecco perchè moltissime Asana o posture così come molte tecniche di respirazione, attingono i loro nomi dalla Natura: nomi di animali, astri, piante ed elementi. Attraverso la pratica possiamo riconnetterci quindi in modo diretto ed evocativo, alla realtà primigenia del mondo naturale e alla Creazione tutta che, praticando a diretto contatto con la natura, possiamo pienamente percepire.

L’elemento principale di connessione tra l’uomo e l’esterno è racchiuso prima di tutto nel Respiro, nel suo aspetto più complesso di energia pranica o soffio vitale: prana è inspiro ed espiro, ma anche lo scorrere del sangue nel corpo umano così come della linfa negli alberi, prana è vento, cibo, aria, sole, acqua. E molto di più. Ecco allora che praticando nella natura realizziamo che il respiro che ci abita è lo stesso che muove le chiome degli alberi e i piccoli animali che ci giocano attorno mentre noi abbiamo l’occasione di rimanere per un istante fermi a realizzare tutto questo, iniziando intimamente a dialogare, ad accorgerci, a realizzare questa magia.

E’ chiaro come i benefici dello yoga si moltiplichino se pratichiamo in riva al mare, in montagna o su un prato, a diretto contatto con gli elementi naturali, accompagnati dal suono della natura. Proviamo a praticare percependo l’erba, la terra sotto i piedi, il suo calore e la sua consistenza, magari dopo una camminata scalzi, a diretto contatto anche con le asperità del terreno. In questo modo è possibile rafforzare i piedi, le nostre «radici», e di conseguenza tutto il corpo, ritornando alle origini, alla nostra parte più istintiva e animale. Proviamo a praticare ascoltando il cinguettio degli uccelli, il ronzio delle api, senza infastidirci troppo se qualche insetto si posa su di noi, magari quando siamo immobili nel rilassamento finale. Questa preziosa esperienza regala una prospettiva alla pratica decisamente differente rispetto al praticare in ambienti chiusi, «protetti», ed è un’occasione preziosa per mettere in pratica la vera arte del distacco. Proviamo a praticare osservando gli alberi e imitandoli: ho sempre provato un’attrazione segreta e inspiegabile per loro, antichi guerrieri silenziosi, protettori, coraggiosi, generosi, intrepidi. Resistono all’inverno piegandosi e spezzandosi con paziente accettazione, per tornare a fiorire in primavera ed esplodere di vita nei colori estivi.

Li osservo e comprendo come mai amo tanto diventare albero in una delle asana per me più belle dello yoga, semplice ma allo stesso complessa e molto profonda, evocativa e istruttiva: Vrikshasana. Vriksha in sanscrito significa albero e la posizione esprime stabilità, forza e robustezza . Entrando in questa forma il corpo lentamente si modifica: i piedi diventano radici, il busto si rinforza e cresce come un forte tronco e le braccia si fanno rami flessibili rivolti al cielo. E’ una postura di equilibrio e agisce sul sistema propriocettivo, che controlla la sensazione del corpo nello spazio, migliorando il nostro equilibrio. Rinforza i muscoli delle gambe e dell’addome e agisce anche sulla mente rendendola stabile e calma, portandoci in uno stato di quiete e concentrazione profonda.

In questa forma percepisco l’energia di Prana attraversarmi da terra a cielo, la forza esplosiva della Natura  rendermi stabile e sicura, la sacralità degli alberi regalarmi silenziose emozioni. Diverse culture celebrano e riconoscono negli alberi un aspetto sacro, divino: un bassorilievo che si trova nel Museo Britannico a Londra testimonia questo culto all’epoca degli Assiri; l’Albero del bene e del male nel giardino dell’Eden, l’albero dell’illuminazione nella Baghavad Gita, l’albero della vita nella Kabbalah.

Ed in effetti, a ben guardarlo, l’albero è un ponte, un passaggio tra  terra e cielo, tra il mondo materiale e terreno e l’ignoto, l’Infinito che da sempre attrae l’Uomo. Anche il praticante di yoga vive questo stato nella pratica:  il corpo diventa uno strumento spirituale e la mente un ponte verso la liberazione e la trasformazione.

Tutto accade, senza cercare, senza dimenarsi, solamente restando fermi, in ascolto e accoglienti: come gli Alberi.

“Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.”

Alda Merini

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